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"Con i no global una nuova sfida continua la battaglia dei popoli"

Il presidente Fidel Castro: la Storia non si ferma, questo movimento combatte per cambiare le cose

STEFANIA DI LELLIS La repubblica

DURBAN - Fidel disdegna la Coca Cola che le cameriere gli offrono incaute. “Jugo de naranja roja”, succo d'arancia rossa, chiede soltanto. E ne beve quattro bicchieri di fila, mentre riceve in un salottino privé dell'"International Convention Center" di Durban i capi africani venuti a rendere omaggio al lider maximo, il relatore più applaudito alla Conferenza Onu contro il razzismo, l'icona cubana santificata in tutto il mondo dai rivoluzionari di ieri e dai no global di oggi. Ascolta annuendo quello che il presidente del Togo gli bisbiglia a un orecchio, dice una parola all'algerino Abdelaziz Bouteflika, prende appunti meticolosi con una stilo nera. Si liscia i pantaloni, tanto corti da lasciare scoperti un paio di curiosi stivaletti. Poi si alza, mi sorride e sottobraccio accetta di parlare di Medio Oriente, colonialismo, e anche del popolo di Seattle, "il movimento che dimostra come la Storia non si fermi, come i popoli -spiega con il dito alzato- continuino a riconoscere ciò che c'è di male nel sistema e cerchino strade per reagire”.
Presidente Castro, molti negli Usa e in Europa già parlano di fallimento per questo vertice. Sostengono che la questione palestinese ha sconvolto l'agenda dei lavori, oscurando quello che avrebbe dovuto essere il vero tema, il razzismo. Condivide questi giudizi?
"Credo che questa conferenza sia estremamente importante perché si occupa delle sofferenze patite nel mondo da centinaia di milioni di persone a causa del razzismo. Ma se questo è il tema, come avrebbe potuto ignorare ciò che sta avvenendo oggi in Medio Oriente? Come avrebbero potuto i paesi non allineati qui presenti in forze non denunciare il genocidio perpetrato ai danni del popolo palestinese?”.
Non è pericoloso parlare di Israele come di un paese razzista? Non pensa che ci sia il rischio di innescare una nuova campagna di antisemitismo?
"Non voglio usare etichette per descrivere Israele. E‘ indubbio, però, che quello che sta avvenendo nei Territori è genocidio. Ed è altrettanto certo che i metodi utilizzati per confinare e tormentare il popolo palestinese siano assai simili a quelli usati proprio qui in Sudafrica dal regime dell'apartheid”.
Un'accusa pesantissima la sua...
"Non a un popolo, ma a dei leader fascisti alleati con superpotenze egemoni. Quanto accade è tanto più triste proprio perché coinvolge un popolo, gli ebrei, che per duemila anni ha dovuto sopportare il razzismo sulla sua pelle soffrendo per i pogrom, le persecuzioni e l'Olocausto, la peggiore ingiustizia della storia”.
La grande attenzione alla causa palestinese e gli attacchi contro Israele hanno spinto Washington a non inviare qui a Durban il segretario di Stato Colin Powell e Gerusalemme a partecipare ai lavori con una delegazione di basso livello. Non pensa che questo possa essere un principio di fallimento, per un vertice che dovrebbe prendere delle decisioni importanti?
"Nessuno ha il diritto di boicottare questa conferenza. é completamente sbagliato l'approccio degli Stati Uniti che vogliono semplicemente rimuovere il problema palestinese. Penso che stiano anche approfittando delle polemiche per sfuggire alle loro responsabilità, cosa perfettamente nello stile di questa Amministrazione”.
A che cosa vorrebbero sottrarsi gli Usa?
"Questa conferenza è l'occasione giusta per fare i conti con il passato. Per stabilire delle responsabilità ancora non precisate. Come, innanzitutto, quelle pesantissime che l'Occidente ha nei confronti degli Stati africani, tuttora discriminati e svantaggiati proprio a causa delle atrocità inflitte loro per secoli, a causa della schiavitù e del colonialismo. Credo che questo esame della storia faccia paura. E paura fanno le giuste richieste di compensazioni che sono state avanzate qui”.
Appoggia quanti rivendicano il diritto a ottenere indennizzi finanziari per le sofferenze patite a causa della tratta degli schiavi?
"Non voglio un'impossibile ricerca dei discendenti e dei paesi di origine di quanti nei secoli sono state vittime di razzisti, colonialisti e sfruttatori. Mi limito a esaminare i fatti e ne traggo le conseguenze. I tre quarti della popolazione del Terzo mondo oggi vive in povertà, nell'analfabetismo, senza cure mediche, vede morire i propri bambini per malattie che sarebbero invece facilmente curabili. Conseguenze di crimini che sono stati perpetrati contro i loro antenati. Crimini per cui ci vogliono compensazioni”.
Non si rischia di rendere velleitaria questa conferenza ponendo degli obiettivi così alti come è l'esame di secoli di storia?
"So che molti miei amici africani e di altre regioni suggeriscono di essere più prudenti, per esser sicuri che almeno qualcosa venga fuori dal summit. Li capisco, ma io non posso fare altro che difendere le mie convinzioni. Ciò detto, vedo che i delegati raccolti qui a Durban sono seriamente intenzionati a fare degli sforzi per raggiungere un'intesa sul documento finale. E vedrà che sarà un documento razionale. Non sarà un documento perfetto, ma sarà il migliore possibile”.
I problemi dei paesi in via di sviluppo sono al centro delle preoccupazioni del "popolo di Seattle", i contestatori che si oppongono alla globalizzazione e sono diventati i nuovi protagonisti delle manifestazioni di piazza in tutto il mondo. Quale è il suo giudizio su questo movimento?
"Penso che abbia una grandissima importanza perché indica una cosa positiva: gli esseri umani non possono tollerare l'ingiustizia così, in un modo o nell'altro, cercano di affrontare i problemi, di denunciarli, di creare una consapevolezza diffusa di quali siano le forme di oppressione”.
Pensa che i no global possano essere considerati gli eredi della sua generazione di rivoluzionari?
"La Storia non si ferma e loro ne sono la dimostrazione. I popoli continuano la loro lotta”.
A suo avviso, hanno speranze di ottenere qualche successo?
"Personalmente credo che i paesi occidentali non siano ancora pronti ad accettare dei cambiamenti sostanziali. Ma la forza della ribellione contro l'ingiustizia è grande e questo fa sperare. Quello che mi piace di più in questi movimenti è che la gente ora può condividere la protesta, il suo malcontento per le ingiustizie del nuovo ordine economico mondiale, un ordine che porta insicurezza sociale, fallimenti economici e disastri ambientali”.
Molti governi, e tra questi quello italiano, temono le proteste degli antiglobalizzatori, soprattutto dopo gli incidenti avvenuti durante l'ultimo vertice del G8 a Genova. Come giudica le frange più violente della contestazione?
"Così come esistono tanti tipi di ingiustizia, esistono tanti tipi di protesta e per poterli giudicare dovremmo esaminarli caso per caso”.
Non è un po' illusorio sperare di cambiare il nuovo sistema economico mondiale?
"Ci sono molte cose che possono essere fatte. Prendiamo questa conferenza: abbiamo detto che dovrebbe esaminare le responsabilità storiche del colonialismo per arrivare a mettere a punto delle compensazioni per le vittime, per riparare i danni che ancora affliggono centinaia di milioni di persone. Molti sostengono che l'Occidente non ne ha i mezzi. Io sono convinto del contrario. Ci sono abbastanza fondi per salvare il mondo dalla tragedia. Pensate soltanto quanto si potrebbe fare se si usasse per promuovere lo sviluppo anche solo una parte del miliardo di dollari che annualmente gli Stati Uniti spendono per la pubblicità, utile solo a creare false illusioni e abitudini consumistiche inaccessibili ai più, a spargere il veleno che distrugge le culture nazionali e le identità”.
Beh, sarebbe una rivoluzione, ma appare poco probabile ...
"E allora facciamo in modo che gli aiuti allo sviluppo promessi ufficialmente ma mai sbloccati vengano effettivamente erogati, imponiamo la "Tobin tax" sulle speculazioni... e vedremo che le Nazioni Unite non dovranno più andare a mendicare in giro per cercare di salvare il mondo”.