| TORNA ALL'INDICE DELLE PAGINE SULLA GLOBALIZZAZIONE |
UNA SFIDA PIU CHE SIMBOLICA di RAFFAELE LAUDANI * da "il manifesto" Con la testa e il cuore ancora a Genova, ho letto l'intervento di Rossana Rossanda pubblicato qualche giorno fa sul manifesto e i successivi commenti di Luca Casarini e Pierluigi Sullo. Per chi, come il sottoscritto, ha conosciuto il Sessantotto e le sue propaggini storiche solo sui libri e con i documentari, e si trova a vivere la prima grande esperienza di movimento, la discussione che si è aperta ha un significato politico reale. Non c'è alcun dubbio infatti che Genova abbia segnato uno spartiacque profondo per le sorti del movimento antiliberista. A Genova è finita la fanciulezza del movimento, con il suo carico di ingenuità e spregiudicatezza. Le moltissime persone che a Genova trascinate dall'entusiasmo sono scese in piazza per la prima volta hanno scoperto quando sia grande la posta in gioco e la sfida che ci attende. Credo sia chiaro a tutti che il successo del movimento e delle sue idee dipenderà anche dalle scelte che compiremo nei prossimi mesi. Ha fatto bene dunque Rossanda ad aprire il dibattito ragionando sull'efficacia delle forme di lotta, ed è con questo stesso spirito che vorrei contribuire alla discussione. Rossanda ha ragione quando sottolinea che l'attività dei Black bloc a Genova ha avuto l'unico risultato politico di favorire "oggettivamente" la repressione selvaggia delle forze dell'ordine e di ridimensionare il successo politico del Gsf, che nei giorni precedenti le mobilitazioni si era attestato come l'unico soggetto politico antagonista, costringendo fra l'altro il centro-sinistra ad imbarazzanti piroette per non essere scavalcato e travolto dal movimento. E la questione non può essere liquidata semplicemente con le infiltrazioni fascistoidi e poliziesche all'interno dei Black, perché è proprio un certo modo di partecipare alle mobilitazioni che ha reso queste infiltrazioni facili ed indolori. E, tuttavia, credo che Rossanda sbagli quando afferma che la lotta del movimento non si gioca sui simboli. Vero che il potere crea i simboli e non viceversa; ma Ë vero anche che senza aver messo in discussione i simboli del potere il mutamento sociale non Ë possibile. A proposito dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta, Marcuse scriveva che si trattava di una rivoluzione culturale contro il mondo borghese e capitalista che non poteva in alcun modo capovolgere direttamente l'ordine esistente, ma che costituiva una precondizione necessaria al mutamento radicale. Anche se in forme molto diverse, oggi ci troviamo di fronte alla stessa sfida e l'attività principale del movimento consiste nel mettere in discussione l'egemonia culturale del neoliberismo - la fine della storia trasformata in senso comune - e costruire quella che Riccardo Petrella chiama la "nuova narrazione del mondo". La forza di Seattle, ciò che l'ha resa un evento storico, non consiste nell'essere riusciti a bloccare un vertice - cosa che, di per sé, non modifica nulla dell'ordine attuale. La sua importanza sta nell'avere mostrato al mondo che il potere poteva essere contrastato e che, dietro la cappa oppressiva dell'ideologia neoliberista, stava crescendo un imponente movimento antagonista. E' stata una ferita narcistica al pensiero unico neoliberista. Su altre basi, anche Porto Alegre ha rappresentato una simile ferita, perché ha mostrato che questo variegato antagonismo politico è in grado di immaginare un mondo diverso, e che quindi è in grado di dare un "senso" al disagio politico e sociale crescente. E' quindi sbagliato contrapporre la proposta alla protesta. Entrambe infatti sono necessarie ed entrambe operano sul piano culturale e simbolico. La Tobin Tax, colonna portante dell'attività di Attac, non avrebbe di certo sfondato il dibattito politico e istituzionale senza Genova e il Gsf. Di questo noi siamo perfettamente consapevoli. Prima di Genova neanche il manifesto le aveva dedicato molto spazio. Da Seattle a Genova gli scenari sono però mutati. A fronte del riemergere della strategia della tensione, e con la spirale repressiva che monta, la rappresentazione militare del conflitto, reale o simulata, è solo controproducente: allontana le persone e giustifica la repressione. Si tratta di ripensare la dialettica fra conflitto e consenso con la consapevolezza che, sebbene già considerevole, il sostegno alle ragioni del movimento è potenzialmente molto maggiore. Bisogna quindi individuare le forme di lotta, le azioni e i linguaggi più efficaci a mettere in crisi l'ordine neoliberista e ad allargare il sostegno sociale alle nostre alternative politiche. Senza feticismi e petizioni di principio preconcette. * Attac Italia |