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ECONOMIA DI GUERRA. IL WTO RINGRAZIA. Gli Usa rilanciano con più forza i negoziati commerciali. di Sabina Morandi da Liberazione. Appena dieci giorni fa gli analisti economici del Corriere della Sera non avevano dubbi. Il futuro del Wto era ormai appesa ad un filo perché, come dichiarato da Sergio Marchi, ambasciatore al Wto del governo canadese: per i governi ormai la priorità è la lotta al terrorismo, non il business. Dieci giorni dopo, smentendo gli autorevoli commentatori, gli Stati Uniti raccolgono i frutti dei faticosi tentativi durati due anni - da Seattle in poi - cogliendo al balzo le opportunità offerte dallatto terroristico. Grazie alla capriola retorica che sta diventando un nuovo ritornello, il lancio di un nuovo ciclo di conferenze per la liberalizzazione totale del commercio diventa parte integrante della risposta allattacco terroristico e al Congresso statunitense viene chiesto di dare a Bush un ulteriore potere: lautorità di negoziare in prima persona sul commercio internazionale. Che si riesca o meno a lanciare il nuovo round è ancora tutto da vedere, certo è che, in poche settimane, leconomia di guerra ha consentito agli Stati Uniti di sbloccare una serie di questioni che sembravano definitivamente bloccate da Seattle e di ridisegnare lordine del mondo a proprio favore. Artefice dellaccelerazione è indubbiamente Robert Zoelick, rappresentante Usa per il commercio internazionale che, allindomani dellattacco, dichiarava: abbiamo bisogno di una strategia economica complementare con quella della sicurezza. E si è subito messo al lavoro. In primo luogo lannosa trattativa per lentrata della Cina nel Wto si è dincanto sbloccata in cambio del suo disinteresse dal confinante Afghanistan, iniziativa cui è seguito laccordo commerciale fra Stati Uniti e Indonesia mentre, nel frattempo, il Pakistan veniva sommerso da una pioggia di dollari -circa 30 miliardi di dollari - sotto forma di sanzioni cancellate e di ristrutturazione del debito estero. Il 25 settembre, poi - nellindifferenza dei media globali - è stato sancito un accordo di libero scambio con la Giordania, comprensivo dellabolizione dei dazi e dei contingentamenti per le merci esportate negli Usa. La strategica Giordania diventa così il quarto partner economico degli Stati Uniti dopo Israele, Messico e Canada. Ma anche nei rapporti con lIran che, fino a pochissimo tempo fa erano fonte dattrito con le compagnie petrolifere europee, la musica sembra decisamente cambiata. Se, infatti, dopo il recente rinnovo delle sanzioni, Washington vedeva male la cooperazione con Teheran, adesso ha dato il via libera agli europei. A portare la buona notizia, insieme ad un assegno di 35 milioni di dollari per i profughi afghana, è stato il ministro degli esteri inglese. Infine, mentre anche lostilità dellIndia al nuovo round sembra dissiparsi, si affaccia al Wto anche la Russia di Putin. Mike Moore, il direttore generale del Wto, ha ragione a dirsi soddisfatto: il lancio di un nuovo ciclo di consultazioni sulla liberalizzazione del commercio globale, che potrebbe avvenire già a novembre, fino a un mese fa sembrava impensabile. Unica incognita le azioni di guerra: sarebbe imbarazzante riunire il Wto se i bombardieri americani sorvolassero il Qatar proprio in quei giorni. Ma cè da scommetterci, lamministrazione Bush terrà certamente conto delle priorità economiche come sta magistralmente facendo in queste ore. Se, a Seattle, lEuropa aveva fatto sponda ai paesi in via di sviluppo per bloccare il Millennium Round, nel nuovo mondo il vecchio continente sembra aver perso un ruolo definito. Non farà più da ponte con il mondo arabo - pratica che, nel caso dellIran e della Libia, gli ha valso non pochi rimproveri da darte Usa - né hanno più senso i distinguo europei nelle relazioni commerciali con i paesi più poveri, come gli accordi tariffari privilegiati che hanno provocato lannosa guerra delle banane, o quelli sugli Ogm per i quali ancora paghiamo delle sanzioni economiche. Gli europei sono stati surclassati da Washington perfino nel tradizionale ruolo di mediatori tra Israeliani e Palestinesi. Sullargomento i nostri ministri sembrano aver perso la voce, salvo alcune lodevoli eccezioni. Franz Fischler, il commissario per lagricoltura dellUnione Europea, non nasconde la sua irritazione per il comportamento aggressivo degli Stati uniti e del Cairns Group, che comprende Australia e Nuova Zelanda, sulla questione agricola. LEuropa, sottolinea Fischler, continua a essere preoccupata da unindiscriminata liberalizzazione dellagricoltura che potrebbe costituire un rischio per lambiente, per la sicurezza dei consumatori e per gli interessi dei paesi in via di sviluppo. Ho limpressione ha dichiarato nella riunione che si è tenuta a Belfast che i nostri partner commerciali stiano ripetendo gli stessi errori commessi nella preparazione del Wto di Seattle. Mentre lunione europea ha messo in primo piano la necessità di trattare i negoziati sullagricoltura con particolare cautela, i nostri partner continuano ad avere posizioni estremiste. Si è insomma fatto muro sulle riforme orientate al rispetto dellambiente e dei consumatori che lEuropa ha fatto sue. Ma ciò che realmente irrita Fischler è che, con la scusa della guerra, gli Stati Uniti stanno per varare un notevole pacchetto di finanziamenti, ben 73,5 miliardi di dollari che fra laltro, come fa notare uno dei più importanti esponenti del Comitato per lAgricoltura del Senato statunitense, non si sa nemmeno dove andare a prendere. Mentre lavorano per imporre, attraverso il Wto, la liberalizzazione totale dellagricoltura, con la conseguente sospensione dei sussidi - considerati concorrenza sleale secondo le norme del Wto - gli Stati Uniti distribuiscono fondi in casa loro fino a tre volte più dei sussidi europei, come dice Fischler. Inoltre, sempre grazie alleconomia di guerra, le precedenti indicazioni dei democratici, che proponevano di utilizzare i finanziamenti in chiave ecologica per premiare i coltivatori più rispettosi dellambiente, sono state ignorate. Il criterio sarà, ancora una volta, la produttività e i principali beneficiari, quindi saranno i soliti noti: le grandi transnazionali dellagro-business. |