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LA PERVERSA AGRICOLTURA GLOBALIZZATA da "il manifesto" del 30-08
Se i paesi poveri coltivano per esportare nei paesi ricchi, si affamano. Perché...
ANTONIO ONORATI *

Se c'è una proposta che sembra trovare tutti concordi, a destra come a manca, è quella che i ricchi mercati alimentari dell'Europa debbono aprirsi ai prodotti agricoli dei paesi in via di sviluppo (Pvs). Ecco una serie di dati ed informazioni che illustrano il nostro dissenso profondo da questo approccio.
La "liberalizzazione" dei mercati agricoli e della produzione agroalimentare nei Pvs (smantellamento di forme di protezione diverse e dell'intervento regolatore dell'offerta da parte dello stato) comincia all'inizio degli anni '90 - come misure assortite nei piani di aggiustamento strutturale e nei vari obblighi imposti dalla condizionalità degli aiuti allo sviluppo - e si rafforza dopo la conclusione dell'Uruguay Round con la famosa "decisione Ministeriale" di Marrakech. Si aprono le barriere per facilitare l'importazione nei Pvs di prodotti agricoli e si sostengono, facilitandole, le loro esportazioni agroalimentari.
Abbiamo quindi dieci anni di esperienze di terreno su cui ragionare, dieci anni di applicazioni concrete di questa ricetta. Si dirà: ma l'Europa e gli Usa hanno continuato a sostenere le proprie esportazioni (la regola del 5% di apertura obbligatoria) con politiche aggressive di dumping a colpi di sostegni diretti ed indiretti alle esportazioni. Usa e Europa utilizzano gli standard sanitari e fitosanitari (accordo Sps) per tenere lontani i prodotti che fanno concorrenza ad alcuni loro prodotti. Ma il punto non è questo, la questione più grave è quella relativa ad una stabile sicurezza alimentare per i Pvs, in particolare per quelli a deficit alimentare. Vediamo che è successo negli ultimi dieci anni seguendo i dati che risultano da studi fatti per la Fao da esperti nazionali, di norma figli della cultura neoliberista, quindi non sospetti di cultura antiglobalizzazione.
Secondo i dati relativi al biennio '95-'97 il Kenya, con oltre il 77% di popolazione dedita all'agricoltura, con le esportazioni agroalimentari che rappresentano più della metà del totale delle esportazioni, con un settore agricolo che produce un terzo del prodotto interno lordo, ha oltre il 40% della sua popolazione sottoalimentata. Trend in crescita anche secondo dati e valutazioni recenti. "Riforme più radicali (nel processo di liberalizzazione ed estroversione dell'economia del paese) sono state prese all'inizio degli anni '90.." dice Hezron Nyangito, Nairobi. Queste le conseguenze più rimarchevoli: le esportazioni alimentari sono aumentate nel decennio ad un "tasso lineare di 19 milioni di dollari per anno", le importazioni di prodotti alimentari - quasi il 90% di tutte le importazioni agricole del paese - hanno seguito una tendenza fortemente ascendente che per il periodo 1985-94 è progredita ad un tasso lineare di 27 milioni di dollari annui e che in percentuale è stata nel periodo 1995-98 quasi del 50% più alta del livello raggiunto nel periodo 1990-94. Il Kenya esporta caffè, tè, prodotti ortofrutticoli e fiori: non è difficile vedere come questi prodotti siano frontalmente concorrenti di produzioni per il consumo alimentare interno.
Molti penseranno che l'importazione di prodotti alimentari, in qualche modo, favorisce i poveri urbani poiché - è opinione corrente - i prodotti importati costano meno anche sui mercati interni. Questo è vero ma solo nel periodo dell'aggressività commerciale che serve a disarticolare la produzione interna o, come spesso succede a certi prodotti europei, quando si collocano sul mercato dei Pvs prodotti altrimenti destinati alla distruzione o all'ammasso. Il caso più famoso è quello delle ali e dei piedi di pollo europei o di altra provenienza venduti in Cina.
L'India rappresenta, da questo punto di vista, un buon esempio di una spirale perversa di povertà urbana, insicurezza alimentare, povertà rurale e malnutrizione rurale. Se il contributo dell'agricoltura al Pil era pari al 55% nel 1950 ed è solo del 25% alla fine degli anni '90 (Manoj Panda e A. Ganesh-Kumar, Mumbai) oggi il "70% delle famiglie rurali e l'8% delle famiglie urbane vivono di lavoro agricolo".
L'India ha seguito tutti i colori delle rivoluzioni agricole: quella "verde" del produttivismo, quella "bianca" per la produzione del latte (con il supporto strategico dell'Europa), quella "gialla" per lo sviluppo dell'industria degli oli da seme, molto recentemente. Malgrado l'India abbia dichiarato una politica di sviluppo rivolta all'interno, le politiche liberiste in campo agricolo approntate già agli inizi degli anni '90 hanno consentito un raddoppio delle esportazioni agricole nel periodo 1996-98, con una presenza rimarchevole dei cereali che rappresentano quasi il 45% di tutte le esportazioni agricole.
Le importazioni alimentari, però "sono aumentate nel periodo 1995-98 del 168% rispetto al 1990-94". L'impatto di queste cifre sulla povertà può essere così riassunto: negli anni '80 la povertà tendeva a diminuire, negli anni '90 - grazie a vigorose politiche di liberalizzazione - ha avuto un tendenza visibile alla crescita. Dice la Fao: "I prezzi delle derrate alimentari sono aumentate in modo più rapido degli altri prezzi al consumo" ma, con l'aumento delle importazioni agroalimentari lo spazio di mercato viene occupato dalle produzioni estere, comunque concorrenziali con la produzione agricola interna. I poveri urbani hanno difficoltà ad acquistare alimenti, le produzioni locali vanno per prime fuori mercato, i contadini hanno meno risorse finanziarie con un evidente impoverimento crescente dei territori rurali che, in fine, si trasforma in insicurezza alimentare e malnutrizione sia per gli agricoltori che producono per esportare sia per i contadini che continuano a produrre per il mercato interno comunque costretti ad incrementare produzioni commerciali, input di produzione e degrado delle risorse naturali. Insomma, per esportare frutta in Europa a prezzi competitivi con Spagna e Italia bisogna non produrre per il proprio consumo ed essere "concorrenziali".
Non si creda che qui stiamo parlando di agricoltura di sopravvivenza. Quello che si sostiene è che ogni paese - definendo il proprio progetto di agricoltura e di sovranità alimentare - si trova davanti alla scelta dell'estroversione o della costruzione di mercati locali e regionali. E' fin troppo evidente che la struttura fortemente concentrata della direzione delle multinazionali agroalimentari/chimico/farmaceutico (non solo del nord sviluppato) ma estremamente dislocata nello spazio e nel tempo delle loro produzioni agroalimentari, con l'accesso facilitato ai mercati ricchi non fa che rafforzarsi e quindi continuare nel processo di distruzione e disarticolazione della produzione agricola familiare e contadina. La nostra esperienza pluridecennale nei Pvs, nel sostegno all'agricoltura contadina, ci ha confermato che la chimera dei mercati ricchi, anche "equi e solidali", opera un forte processo di vampirizzazione dei sistemi agrari locali lasciandoli alla mercè dei prezzi politici che le derrate alimentari continuano ad avere sul mercato globale, rendendoli incapaci anche di attivare una strategia di pura sopravvivenza producendo per l'autoconsumo. La maggior parte di quel miliardo e duecento milioni di affamati del pianeta si concentra proprio tra i contadini, un non-senso che non può essere affrontato né con la carità né con le buone intenzione, ma con forti strumenti di protezione e di sostegno a quell'agricoltura che, basata sul lavoro, è più attrezzata a produrre stabilmente cibo per ogni paese. L'agricoltura familiare e contadina.
Preparando il Forum sulla sovranità alimentare di Roma, torneremo sicuramente a discutere anche con chi pensa che "un altro mondo è possibile". La globalizzazione dei mercati agricoli ha impatti molto più complessi di quanto si voglia far credere proprio perché il produrre cibo - comunque - resta un fatto culturale, sociale ed economico che ha ancora una natura assolutamente specifica.

* presidente del centro internazionale Crocevia