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GENOVA: UN'OCCASIONE PER RIFONDARE LA SINISTRA ANTICAPITALISTICA
(Articolo pubblicato sul numero 9 della rivista Bandiera Rossa) di Salvatore Cannavo'

Con l'insediamento del governo Berlusconi, il problema dell'opposizione
sociale e politica alle destre e' ormai posto concretamente. Il
centrodestra, al di la' delle banalizzazioni sulla presunta incapacita' del
suo leader a governare, sulla presunta accozzaglia di ministri e
sottosegretari, si presenta invece come una coalizione forte, sintesi
efficace, almeno per ora, di almeno quattro ingredienti: l'aggressivita'
liberista del grande capitale italiano, chiamato a una battaglia per la
sopravvivenza nel mare ignoto della competitivita' internazionale; il
populismo, l'autoritarismo e l'impianto xenofobo delle due destre sociali
rappresentate da An e Lega; il clericalismo neodemocristiano; il
clientelismo, burocratico-affaristico, di Forza Italia e dei suoi
colonnelli. Un cocktail pericoloso, dunque, da non sottovalutare, nemmeno
con il sarcasmo che finora sembra essere l'unica arma in mano al centrosinistra.
A questo schieramento, ai suoi assi portanti, non si puo' che rispondere
con un progetto politico-sociale adeguato, con la ricostruzione di un blocco
sociale alternativo a quello che, sapientemente, Berlusconi e' riuscito a
comporre, con una piattaforma di lotta generale che individui nell'
antiliberismo la sua impostazione generale, nella riattivizzazione sociale
che rimotivi alla partecipazione democratica ampie masse popolari, ampi
strati di lavoratori, il suo strumento principale. In questa direzione la
capacita' di disegnare un rapporto, una connessione tra il movimento
operaio tradizionale e le nuove soggettivita' emerse nel cosiddetto movimento di
Seattle, assume un ruolo centrale.

Una fase nuova
Da Seattle in poi, l'intero pianeta e' stato attraversato da un'ampiezza di
mobilitazioni raramente viste prima. Tanti appuntamenti in un cosi' breve
arco temporale, capaci di influenzare il quadro politico internazionale,
non si vedevano, forse, dall'epoca delle lotte contro la guerra in Vietnam.
Ci troviamo di fronte a una nuova radicalizzazione politica, soprattutto
giovanile, che seppure investe ancora un nucleo consistente di avanguardie
sociali, nondimeno e' suscettibile di estendersi su piu' larga scala. Una
situazione nuova, dunque, comunque frutto di un percorso lungo, profondo,
durato per lo meno dieci anni.
Il movimento che esplode a Seattle, infatti, risente ampiamente della
situazione che si e' creata su scala mondiale in seguito all'emergere delle
lotte e dei movimenti antiliberisti che hanno preso la parola durante gli
anni Novanta. Il piu' universale di questi e' forse la sollevazione
zapatista del 1 gennaio 1994 che, a partire da rivendicazioni identitarie e
particolari - i diritti dei popoli indigeni - inizia a parlare un
linguaggio "globale" mettendo sul banco degli imputati il neoliberismo mondiale.
Non a caso la rivolta dell'Ezln coincide con l'entrata in vigore dell'Alena, la
zona di libero scambio tra Usa, Messico e Canada che segna una tappa
importante nella crescita dell'integrazione economica tra paesi diversi.
Marcos parla una lingua ascoltata e compresa in tutto il mondo, dimostrando
che un clima nuovo e una nuova sensibilita' politica si stanno affermando.
Il successo del primo Incontro intergalattico, nell'estate del 1996, lo
dimostra e dimostra che i legami tra politiche globali e questioni locali
non solo sono molto stretti, ma anche molto sentiti e diventano velocemente
un terreno privilegiato di iniziativa politica. Di li' a poco, in Europa, i
"frutti" del grande movimento francese del 1995 - quello che respinse il
piano Juppe' aprendo la strada alla vittoria di Jospin - si riverseranno ad
Amsterdam, a giugno del 1997, quando si realizzera' la prima
euromanifestazione per l'Europa sociale, organizzata dalla Rete delle marce
europee. L'anno successivo, a Birmingham, Jubilee 2000 - campagna per l'
annullamento del debito ai paesi del terzo mondo, nata in Inghilterra tra
il 1996 e il '97 e composta da sindacati, Ong, movimenti delle donne e dei
rifugiati - riesce a portare oltre 70mila persone all'annuale riunione del
G7. Tra il '98 e il '99 assistiamo in Francia alla nascita di Attac,
associazione contro la speculazione finanziaria internazionale che in
pochissimo tempo diventera' uno strumento privilegiato per partecipare e
organizzare il movimento globale (con la nascita di "sezioni" in decine di
paesi, tra cui l'Italia), mentre l'arresto di Jose' Bove', accusato di aver
distrutto un Mcdonald's per protestare contro la "malbouffe" globale, mette
in luce l'esistenza di un movimento di contadini che con Via Campesina
(nata nel 1993, ma ormai capace di organizzare su scala mondiale circa 60 milioni
di contadini) avra' un ruolo decisivo in molte delle lotte del sud del mondo.

Il dopo Seattle
Questa grande potenzialita', espressasi su piu' livelli, diversificata sul
piano regionale, finora senza grandi capacita' di comunicazione e di legami
diretti, trova in Seattle un elemento simbolico di indentificazione
fondamentale. D'ora in avanti c'e' un cemento comune - le parole d'ordine e
le forme di mobilitazione - c'e' la definizione dei soggetti in campo - un
movimento plurale che racchiude giovani, sindacati, ecologisti, donne,
volontari, associazionismo diffuso - c'e' una forma di organizzazione del
movimento - la Rete, anche su scala internazionale - da tutti condivisa e
considerata efficace.
Non e' un caso quindi che il movimento "emigri" e si diffonda nel resto del
mondo. Le tappe sono emblematiche: dopo Seattle (novembre '99) e Washington
(aprile 2000), troviamo Millau (30 giugno 2000, solidarieta' a Jose'
Bove'), Melbourne (11 settembre, contro il Forum economico mondiale), Praga (26
settembre, ancora contro il Fmi), Seoul (10 ottobre, contro il vertice
Europa/Asia), Nizza (6/7 dicembre, contro il vertice dell'Unione euoropea),
Quebec (aprile 2001, contro l'avvio dell'Area di libero scambio delle
Americhe).
Questo per quanto riguarda solo gli appuntamenti
"istituzionali", riferiti cioe' a vertici di istituzioni, organismi, convenzioni
internazionali esistenti o in via di formazione. Nello stesso periodo
decine e decine di altri appuntamenti, manifestazioni, lotte prendono corpo in
ogni parte del mondo.
Citiamo a memoria: la Marcia mondiale delle donne contro la violenza e la poverta', gli scioperi e le "marce" in America latina, le varie manifestazioni in occasione del 1 maggio (particolarmente combattive
quelle realizzata in Gran Bretagna con il protagonismo di movimenti quali
Reclaim the Street o Globalize Resistance), la marcia zapatista dello
scorso marzo, le lotte contro i licenziamenti in Francia, le manifestazioni in
Giappone contro le basi americane, e altre ancora.
Genova, il prossimo luglio in occasione del vertice G8, quello in cui i
"grandi" della terra decidono per tutto il pianeta, rappresenta solo l'
ultima tappa di un movimento piu' generale e piu' ampio.
Certamente e' ancora presto per dire che siamo alla vigilia di un nuovo
'68, e comunque certi paragoni non sono mai efficaci, ma l'ampiezza delle
mobilitazioni, la forte presenza giovanile, l'incessante espansione della
critica al liberismo sia a livello planetario che piu' in profondita' in
vari settori della societa', fanno pensare a un possibile ciclo di lotte
non episodico. Soprattutto, fanno pensare che il ciclo negativo, apertosi con
la caduta del muro di Berlino dell'89 - contrassegnato dal crollo definitivo
dello stalinismo come forma statuale organizzata, con la conseguente
sconfitta e disillusione nel campo della sinistra, ma anche con l'
altrettanto conseguente vittoria totale del capitalismo nella sua forma
piu' aggressiva - comincia ad arenarsi.
Certo, l'aspetto difensivo delle lotte attuali, l'aggressivita' delle politiche liberiste e la debolezza della sinistra anticapitalistica, non permettono di considerarlo concluso. Ma allo stesso tempo il suo stato di salute non e' piu' quello che permetteva a storici come Francis Fukuyama, solo dieci anni fa, di definire il
capitalismo, il migliore dei mondi possibili.
Le crisi finanziarie del 1997 e del 1998, la stagnazione attuale di Usa e Giappone, le contraddizioni in cui versa l'Europa, la stessa contraddittorieta' che segna la vittoria di Berlusconi - maggioranza parlamentare, ma non nel paese - dimostrano che il quadro e' fortemente instabile e incerto. Di fronte a questo "equilibrio
tratteggiato" si afferma, finalmente, una nuova generazione in lotta che
non ha piu' sulle proprie spalle le sconfitte del passato, le vecchie
incrostazioni ideologiche, non risente della presenza di un "campo"
organizzato, ne' delle sue filiali nazionali. Assistiamo a un "ritorno alla
politica" che agisce in seguito a una verticale crisi della sinistra, o
meglio delle sinistre storiche - in particolare quella socialdemocratica e
quella stalinista - entrambe fallimentari, entrambe inadatte a interpretare
l'esistente a dargli rappresentanza, organizzazione, speranza. Anche per
questo la nuova contestazione ha bisogno, e infatti si dota, di sedi, di
luoghi della politica non immediatamente percepibili come vecchi o stantii.
Ha bisogno di contare, di pesare, di far valere, senza eccessive deleghe,
la propria presenza e la propria partecipazione, ormai acquisita come valore
non scambiabile, non espropriabile. Ha bisogno di sentirsi parte agente di
"un nuovo mondo possibile" tuttavia ancora in fase di gestazione e di
elaborazione. Sedi e luoghi, tra l'altro, la cui costruzione non e' piu'
"alterata" (ne' impedita o ostruita) da apparati politici, cosi' come
avveniva in anni passati. Un po' perche' questi non ci sono piu'; un po'
perche' quelli esistenti non sono interessati a questa dinamica - nel caso
delle sinistre liberali, a volte sono ostili - oppure semplicemente non
hanno intenzione di ostacolarla (anzi, alcuni la favoriscono come dimostra
il Pt di Porto Alegre e del Rio Grande do Sul o, su scala minore, Rifondazione comunista).
Un movimento globale, dunque, attraversato, come e' ovvio che sia, da
profonde contraddizioni, le quali pero' non impediscono, o perlomeno non
ancora, uno sviluppo lineare, una propulsione espansiva sia su scala
internazionale e un progressivo allargamento a settori diversificati.
Un movimento che a una prima descrizione sommaria - e quindi
dichiaratamente parziale e incompleta - presenta alcune caratteristiche generali: il tentativo di cimentarsi con la globalita' delle attuali contraddizioni,
riscoprendo una vena internazionalista che sembrava smarrita; un rapporto
contraddittorio, ma reale, con il vecchio movimento operaio e il tentativo
di costruire legami meno sporadici ed occasionali; una generalizzata
diffidenza verso le forme politiche organizzate, unita pero' a una voglia
di alternativa di insieme.

Una visione globale
Questa caratteristica non era scontata. Il movimento, cosi' come si
presenta oggi, ha una spiccata capacita' a denunciare i guasti del liberismo su
scala internazionale, una buona attitudine alla critica anticapitalistica - anzi
questa e' la sua immagine predominante all'esterno - nonostante in molte
sue componenti sia nato su singole istanze e su problemi specifici. Spesso si
tratta di un anticapitalismo "grezzo", costruito sul campo dell'esperienza.
In buona parte e' anche il frutto della presenza nel movimento di un
"pacchetto" significativo di intellettuali militanti. I vari Riccardo
Petrella, Susan George, Walden Bello, Naomi Klein (il cui libro No Logo
sara' presentato questa settimana in Italia), Pierre Bourdieu, Eduardo Galeano,
Bernard Cassen, Michel Lowy, Samir Amin, Charles Audry, solo per citare i
piu' noti, sono, e vengono percepiti, come parte del movimento, partecipano
attivamente alle sue scadenze di massa e svolgono un ruolo indispensabile
di "cantori" e di formazione della coscienza.
Questa capacita' di mantenere una visione complessiva e' dimostrata dall'
importanza che viene assegnata ai forum di discussione (Porto Alegre
docet), veri e propri momenti di lettura generale del processo in corso, ma anche
strumenti per elaborare strategie alternative. Le conferenze aiutano a
superare uno dei possibili problemi del movimento, quello prodotto dalle
specializzazioni del proprio ambito di intervento. Nei Forum, invece,
migliaia di persone riescono ad avere immediatamente il polso globale della
situazione, una visione globale dello stato delle lotte, dei problemi
incontrati, delle strade da seguire. Un elemento di forte politicizzazione,
quindi, e di grande maturazione collettiva. Ma anche lo stimolo a
individuare risposte alternative globali: la democrazia partecipativa,
contributo fondamentale dato dal Pt di Porto Alegre al "popolo di Seattle",
non sarebbe divenuta il simbolo che e', senza il Forum mondiale.
Ma le conferenze sono utili anche al ritorno, dopo decenni, di un nuovo
internazionalismo, non piu' contrassegnato dalla solidarieta' a un popolo
in lotta o a una rivoluzione in atto. Non c'e' oggi un Vietnam o una Palestina
a cui esprimere appoggio e per cui lottare. L'elemento unificante, invece,
quello che permette anche di fare importanti salti di qualita' sul piano
organizzativo con la creazione di vere e proprie strutture internazionali -
Attac, Via Campesina, la Marcia delle donne, ecc. - e' un antiliberismo
radicale, frutto dell'attuale processo di internazionalizzazione del
capitale. Un internazionalismo, dunque, ancora parziale, che non comprende,
e spesso rifugge, il tradizionale concetto di antimperialismo, ma che
consente nondimeno di costruire un ambito piu' favorevole alla maturazione
di una prospettiva di trasformazione.

Il ruolo del sindacato
Il ruolo dei lavoratori e del movimento sindacale ha accompagnato le
mobilitazioni sin dalla nascita, simbolica, del movimento, a Seattle. Il
ruolo dell'Afl-Cio, un sindacato con 13 milioni di iscritti e con alcune
categorie - vedi i Teamsters, i camionisti - capaci di bloccare il paese,
e' stato di grande rilevanza. Frutto della svolta interna segnata dall'elezione di Sweeney alla presidenza, nel 1995 e della conseguente capacita' dell'
Afl-Cio - che pure conserva il suo moderatismo, a volte marcando aspetti di
vero e proprio protezionismo nazionalista - di cogliere l'importanza delle
nuove forme in cui si manifesta il mondo del lavoro (esemplare la scelta di
dare vita a Jobs with Justice, organizzazione di lavoratori precari,
disoccupati, studenti), la sua pluralita' e frammentazione, cosi' come la
sua radicalita'. Questa maturita' riguarda principalmente i sindacati d'
oltreoceano: la Centrale Unica dei lavoratori (Cut) brasiliana e' stata tra
le artefici di Porto Alegre, mentre la stessa Orit (l'organizzazione
regionale interamericana del lavoro, branca della Cisl internazionale) ha
deciso di firmare "L'appello alle mobilitazioni" che ha chiuso il Forum
Social Mundial.
Sul piano europeo la situazione e' molto diversa. Certamente, ci sono stati
in passato, contatti tra le diverse espressioni del movimento sociale - si
pensi alla manifestazione di Amsterdam del giugno '97 che ha indotto la
Confederazione europea dei sindacati (Ces) a organizzare per il novembre
successivo una propria mobilitazione nel Lussemburgo - ma non paragonabili
a quelli americani. Ancora nel settembre del 2000 a Praga, la mobilitazione
contro Fmi e Banca mondiale, ha visto una forte partecipazione dal nord
Europa, dall' Italia, dalla Spagna e dalla Grecia, ma una partecipazione
fondamentalmente giovanile con l'assenza quasi totale di forze sindacali.
Il punto di svolta e' stato Nizza, nel dicembre 2000, in occasione del
vertice europeo. Questa volta, su iniziativa della componente piu'
radicale, in particolare di quella francese - Sud, Attac, Rete contro le marce, Lcr,
ma anche Cobas italiani, sindacalismo alternativo europeo in generale - si
e' realizzzata una manifestazione unitaria con la Ces, nonostante quest'
ultima avesse parole d'ordine (il sostegno alla Carta dei diritti europei)
contrarie a quelle del resto dei manifestanti (ma contrarie pure al
sentimento prevalente nel proprio corteo, come hanno rilevato diversi
organi di stampa e diversi dirigenti sindacali). Pur tra diverse contraddizioni,
Nizza dimostra che il rapporto tra il tradizionale movimento operaio e un
movimento di tipo nuovo, composto prevalentemente da giovani, formatosi
nella contestazione della globalizzazione liberista, e' possibile. L'adesione della Fiom-Cgil alla manifestazione di Genova, a luglio contro il G8, e', da questo punto di vista, di estremo valore.

Il rischio dell'antipolitica
La diffidenza verso i partiti politici e' un'altra delle caratteristiche,
seppur non sbandierate, dell'attuale movimento. E' una diffidenza a volte
sana, basti pensare al ruolo di certi partiti nel mondo anglosassone, a
volte comprensibile, si pensi ai guasti dei partiti socialdemocratici o ai
disastri generati dallo stalinismo, a volte pero' ingiustificata e comunque
capace di indurre a un'involuzione piu' generale. La diffidenza e'
ovviamente frutto di rapporti consolidati nel tempo e, piu' precisamente,
di un clima politico in gran parte alimentato dalla sconfitta storica
simboleggiata dal crollo del muro di Berlino. Da li' in avanti, i richiami
alla tradizione, all'identita' storica, alle proprie origini hanno smesso
di esercitare fascino, attrazione e interesse, per lasciare il posto, appunto,
alla diffidenza o comunque a una chiara distanza. A Porto Alegre, la
presenza dei partiti e' stata resa possibile solo dalla convocazione del
Forum mondiale dei parlamentari, scelta precisa dei dirigenti del Pt del
Rio Grande do Sul, consapevoli di questo problema (mentre quella del Prc tra le
delegazioni e' stata frutto solo della specificita' di questo partito che
ha sempre saputo esprimere una capacita' di dialogo e di iniziativa
evidentemente riconosciute).
Ovviamente questa situazione non impedisce al movimento di esprimersi
politicamente con orientamenti precisi e a volte divergenti. Su scala
internazionale, ad esempio, si possono individuare tre grandi profili
politici: uno nettamente radicale che ha una visione della globalizzazione
in chiave anticapitalistica, uno che privilegia il dialogo con gli istituti
sovranazionali puntando a una loro riforma, uno piu' protezionista che vede
nelle prerogative statuali l'argine allo strapotere delle multinazionali.
Sono orientamenti accennati, non ancora motivo di divisione e che spesso si
rifanno proprio a posizioni di partiti e movimenti politici precisi. Ma la
cui esistenza, comunque, non permette di superare la frattura tra due
mondi, la realta' di movimento e la realta' politica, diversi. Ovviamente questa
condizione non e' ne' omogenea, ne' definitiva. La partecipazione spontanea
registratasi durante la campagna per Ralph Nader negli Stati Uniti, ad
esempio, da parte dei giovani e' stata eccezionale.
Rimane pero' un umore piu' di fondo che fa si' che il movimento sia molto
geloso delle sue prerogative sia sul piano organizzativo che su quello
analitico. Il che e' un bene. A condizione che il rapporto con i partiti
non sia elemento di divisione e di contrasto. Ovviamente questa eventualita'
dipende in larga misura da come si comporteranno i partiti stessi. Pensare
di risolvere il problema utilizzando vecchi schemi, ereditati dal
Novecento, probabilmente non aiutera' a fare passi in avanti. Per affrontare questa diffidenza e questa distanza i partiti dovranno, in misura maggiore del
passato, far parte del movimento in quanto tali, costruire legami alla pari
con gli altri soggetti, dimostrando sia la propria utilita' sociale che la
loro valenza piu' generale. Insomma dovranno conquistarsi sul campo una
legittimita' che altrimenti nessuno e' disposto a riconoscere in anticipo,
ma allo stesso tempo dovranno dimostrare sul piano delle idee e del
programma politico di saper indicare soluzioni valide e risolutive.
Ovviamente parliamo qui dei partiti della sinistra anticapitalistica, la
cui forza quantitativa e qualitativa non e' certamente florida, ma che deve
cogliere questa occasione per un suo rilancio sul medio periodo. Ne ha
bisogno il movimento, che appunto necessita di risposte radicali e
"visionarie" per guadagnare significativi salti in avanti, ma ne ha bisogno
anche questa sinistra per uscire dalla crisi che la riguarda ormai da
decenni e per costruire una prospettiva nuova.

L'occasione di Genova

A Genova arrivera' tutto questo e certamente si aggiungera' dell'altro.
Innanzitutto la situazione italiana.
Il movimento antiglobalizzazione e' arrivato nel nostro paese con un po' di
ritardo. A eccezione dei "pionieri", quelli che hanno intuito da subito il
clima nuovo che montava in Europa - si pensi al ruolo del Sin.Cobas nella
Rete della marce europee - di organizzazioni giovanili, come i Giovani
comunisti o i Centri sociali, che hanno creato connessioni internazionali e
iniziative locali, delle ong legate da sempre alle esperienze delle reti
globali (da Mani Tese alla piu' articolata campagna Sdebitarsi), molti dei
soggetti oggi impegnati nella costruzione del controvertice di Genova (ad
esempio Lilliput o la Marcia mondiale delle donne) risentono dello spirito
di Seattle. Questa tempistica, del tutto naturale nel ritmo internazionale
delle mobilitazioni, non ha comunque impedito al "movimento" italiano di
radicarsi e diffondersi. La manifestazione dello scorso 17 marzo a Napoli,
ha segnato una tappa importante di questo processo, dimostrando che il
terreno delle lotte antiglobalizzazione puo' aggregare soggetti sociali in
carne e ossa, capaci di percepire il legame strettissimo tra la propria
condizione materiale e una visione generale del mondo. Dopo le prime
esperienze internazionali - Amsterdam e Colonia, ma poi Praga e Nizza
(Ventimiglia) - dopo i primi tentativi di mobilitazione fatti in Italia -
MobiliTebio a Genova, NoOcse a Bologna, sull'ambiente a Trieste - con
Napoli si segna una svolta nell'ampiezza e nella partecipazione di massa che non
manca di farsi sentire nella preparazione di Genova. Sono diverse
centinaia, infatti, le organizzazioni sociali, politiche e sindacali, che si rifanno
al Genoa Social Forum. Li', si manifesta, quasi con nome e cognome, la mappa
di quell'area antiliberista, indispensabile a costruire un progetto di
opposizione allo stesso governo Berlusconi. Anche qui, ovviamente, non
mancano le distinzioni, le differenze, addirittura le stesse battaglie per
contendersi l'egemonia (si pensi alla "dichiarazione di guerra" delle Tute
bianche, vera e propria mossa propagandistica per conquistare visibilita' e
fascino su ampi settori giovanili). Anche qui, inoltre, possiamo ritrovare
una mappatura analoga a quella internazionale: un settore piu' "moderato" -
da Lilliput all'Arci - un altro piu' radicale ma non omogeneo - Ya Basta e'
diversa dai Cobas e dal Network per i diritti globali creato da questi
insieme ad alcuni centri sociali, tra cui Officina di Napoli.

Costruire il movimento, costruire il partito
Il Prc, in particolare tramite i Giovani comunisti, ha avuto un ruolo
innegabile di primo piano in questa nuova fase. Dalla partecipazione al
Forum di Porto Alegre alla costruzione materiale delle iniziative sul
campo, Rifondazione ha saputo collegarsi a una realta' viva, sostenendola
convintamente, ma anche interloquendo intelligentemente con essa, senza
prevaricazioni o egemonismi vecchia maniera.
Per la prima volta da quando e' nato, il partito si e' trovato in una
condizione di rapporto reale con un movimento tendenzialmente di massa e
per la prima volta si e' trovato ad affrontare un nodo delicatissimo. A volte,
pero', senza riuscire a trovare il bandolo della matassa.
Se, infatti, si e' evitato di cadere in comportamenti "partitisti",
proclamatori e autosufficienti, spesso si e' incorsi nell'errore opposto,
appiattendosi sulle posizioni e sugli stessi comportamenti del movimento,
anzi di alcuni suoi settori, riservandosi un ruolo di mediazione politica,
o di riferimento istituzionale. Insomma, e' diventato piu' difficile - per
tutte le componenti del partito, si badi bene - riuscire a mantenere il
necessario equilibrio tra costruzione del movimento e costruzione del
partito, senza cadere nell'equivoco secondo il quale l'uno escluderebbe l'
altro. Il problema non e' semplice, specialmente in una fase, come quella
attuale, segnata dalla destrutturazione dei corpi sociali, dalle sconfitte
delle sinistre, dall'arretramento sul piano politico-culturale. Ma proprio
per questo e' un tema da discutere seriamente, senza semplificazioni o
esorcismi. Anche a partire da questa considerazione si possono delineare
alcuni "compiti di lavoro" sia in relazione alla scadenza di luglio, ma
anche per il dopo-Genova

1) Il primo e' lavorare all'estensione del movimento, alla sua costruzione
e al suo consolidamento. Il movimento ha dimostrato gia' di esistere, ha
mostrato gran parte delle sue potenzialita', ha enunciato i suoi obiettivi.
Ora deve crescere, ramificarsi, estendersi appunto a settori piu' ampi
della popolazione, al mondo del lavoro, a vasti strati giovanili, ecc. Per farlo
ha bisogno di alcune condizioni essenziali. La garanzia della pluralita'
dei suoi componenti, della legittimita' di posizioni diverse, ma anche di un'
attitudine unitaria. A partire dalla costituzione di sedi adeguate, di
discussione e di mobilitazione. L'esperienza del Genoa social forum, vale a
dire di Forum sociali modello Porto Alegre, ma dislocati su scala nazionale
e locale, va proseguita e rafforzata. Per fare un salto qualitativo occorre
che le sedi di movimento superino la struttura di coordinamento per passare
a una forma piu' coinvolgente, capace di stimolare la partecipazione.
2) Per fare questo, pero', e' fondamentale la formulazione di una chiara
agenda politica, di una piattaforma di lotta, di una dichiarazione di
intenti. Se di fase nuova si tratta, uno dei suoi elementi costitutivi e'
che la Resistenza non basta piu'. Le nuove generazioni chiedono soluzioni,
idee, progetti di lavoro realizzabili, verificabili, confrontabili. La
stessa "ritualizzazione" dei controvertici rischia di ossificare un
movimento che ha ben altre potenzialita' e ben altri spazi di azione. Si
tratta di colmarli, costruendo rivendicazioni complessive che colgano la
materialita' dei processi in atto, il cuore delle contraddizioni generate
dal neoliberismo - il conflitto capitale/lavoro, lo sfruttamento
incondizionato della Terra, la mercificazione e l'oppressione delle donne,
la precarizzazione di un'intera generazione, la guerra e la fame, e cosi'
via - collegandole pero' ad alcuni schemi interpretativi basilari.
3) La necessaria connessione tra il globale e il locale, tra determinate
questioni quotidiane (la disoccupazione, il salario, la pensione, la
scuola, l'informazione, la cultura, ecc.) e le politiche globali decise nei vertici
internazionali e negli intrecci tra i diversi stati, diventa un passaggio
obbligato. L'esempio della Danone e' significativo: li', e' stato
immediatamente chiaro il rapporto preciso che esiste tra il funzionamento
di fondo di una multinazionale e le ricadute delle sue decisioni su scala cittadina.
4) Altrettanto decisiva e' la costruzione di un rapporto stabile tra il
movimento operaio e i nuovi soggetti in movimento. Questa capacita' di
incontro sara' il punto di forza decisivo. Ancora una volta va citato il
caso Danone: il licenziamento in presenza di profitti aziendali e' stato
immediatamente percepito come la massima ingiustizia. I lavoratori sono
ricorsi a un'arma tradizionale, e ancora efficace, lo sciopero. Ma migliaia
di cittadini hanno potuto utilizzare l'arma del boicottaggio per
solidarizzare e partecipare a una lotta che molti hanno sentito propria.
5) Dare un'impronta anticapitalistica e radicale al movimento. Il movimento
antiglobalizzazione e' un movimento "plurale" che trova nell'antiliberismo
la sua radice comune ed e' un bene che continui a essere cosi'; inoltre e'
un movimento ancora in una fase ascendente, di formazione e di
affermazione. Nondimeno, al suo interno, sono gia' visibili anime e orientamenti diversi, con obiettivi diversi. E' quindi utile e giusto che si affermi un
orientamento classista e anticapitalista che si batte contro il profitto,
contro lo sfruttamento, per il rivoluzionamento dei rapporti di produzione.
Ovviamente si tratta di non praticare questa strada in modo settario, ne'
dogmatico, ne' tantomeno dottrinario, ma nel vivo della costruzione
concreta delle sedi di movimento, nel rispetto dei suoi tempi e delle sue forme.
6) Costruire le sedi unitarie del movimento non significa sottovalutare o
non vedere anche forme piu' concrete con cui si manifesta la disponibilita' a
far parte di un movimento piu' generale, addirittura internazionale.
Esistono, su scala mondiale, strutture nuove, a volte collegate tra loro,
che esprimono questo bisogno e questa potenzialita'. Attac e' una di queste.
La sua prossima realizzazione in Italia costituisce un esperimento
importantissimo, una prova che vale la pena tentare, proprio per offrire
una forma specifica a un bisogno di partecipazione politica, nuovo. Certamente
la costituzione e la costruzione di Attac non puo' assolvere a funzioni che
non le competono: ne' quella sindacale - nella sua forma tradizionale o in
quella tutta da sperimentare dell'organizzazione dei soggetti precari -
ne', tantomeno, quella partitica, che va invece rilanciata nel nuovo contesto.
7) Costruire attivamente il partito, rappresenta un corollario necessario e
indispensabile a quanto affermato finora. Il partito non e' una
contrapposizione al movimento, non e' nemmeno uno strumento transitorio, da
accantonare quando quello si fa piu' impetuoso. E' un luogo, indispensabile,
di elaborazione collettiva, e di progettazione dell'intervento sociale; e'
quello che rimane quando la marea rifluisce; e' un progetto piu' di fondo e
piu' di lunga lena. Oggi il partito della Rifondazione comunista,
giustamente, punta a costruirsi nel vivo e nel pieno delle lotte operaie e
antiglobalizzazione; deve saperlo fare nel rispetto di quelle lotte e delle
loro sedi, ma consapevole del proprio contributo e della propria
necessita'.
La visibilita' del proprio spazio d'azione, delle proprie idee, si guadagna
anche e soprattutto con un sforzo di elaborazione supplementare,
individuando i nodi piu' di fondo, sapendoli connettere alla propria storia
e alla propria identita', ma soprattutto al proprio progetto. Due possono
essere i terreni in cui questo approccio viene esperito: la ridefinizione
del concetto di spazio pubblico in opposizione alla assolutizzazione
liberista del profitto, ma anche alla luce dei fallimenti del Novecento, di
quello della burocrazia socialista da un lato, e di quello dello statalismo
socialdemocratico dall'altro; una lettura comunista e rivoluzionaria del
concetto di democrazia partecipata - a partire dall'esperienza di Porto
Alegre, ma andando oltre - come strumento di democrazia diretta, di
coinvolgimento dal basso, non solo nella gestione di amministrazioni
locali, ma anche nella definizione di scelte complessive. Due terreni che possono
qualificare in modo assai fecondo lo stesso processo di rifondazione
comunista.

Roma, 15 giugno 2001