ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI CENTRI COMMERCIALI
L'ipotesi del possibile insediamento di un centro commerciale o ipermercato nellarea dellex fabbrica Longinotti a Firenze, ha provocato ampie discussioni fra molte componenti (cittadini, commercianti, giovani dei centri sociali) della zona Firenze Sud Gavinana. In particolare per i commercianti è stata loccasione per un dibattito che ha si riguardato limpatto catastrofico che una tale mega struttura distributiva avrebbe sulle loro circa cinquecento attività e su tutta la vita del quartiere, ma anche per riconsiderare il loro mestiere nella società del consumo di questi anni. Riteniamo infatti che un insediamento di quella portata sia sintomatico di una nuova cultura commerciale che vede da una parte le periferie destinate esclusivamente a consumare in grandi superfici, e dallaltro i centri storici, privati delle vecchie botteghe, preda di negozi delle grandi catene nazionali ed internazionali, dedicati ad ununica tipologia di prodotto, con alcune nicchie destinate a clientele esclusive. Perno di questa cultura commerciale, estranea fino agli ultimi anni alla tradizione Europea, sono principalmente i centri commerciali (e in secondordine gli ipermercati), cioè vaste aree edificate dove si cerca di sostituire al dualismo negozio-supermercato una nuova realtà distributiva che li unifichi, ne elimini la concorrenza, fagocitando le unità commerciali nello spazio della grande distribuzione di massa. Va infatti tenuto presente che i negozi che vengono importati nelle gallerie dei centri commerciali, dato il prezzo degli affitti (in realtà affitti + royalties) non sono quelli tradizionali, ma in genere fanno parte di catene nate apposta per la vendita affiancata alla grande distribuzione o in franchising.
Dunque stiamo parlando di una nuova realtà capace di ridisegnare la geografia commerciale di quartieri, di città e perfino di intere zone metropolitane.
Motore trainante, pifferaio magico, la cultura dello sconto come unico elemento significativo dellacquisto, tralasciando la qualità, la particolarità dei prodotti e i servizi che ad essi vengono aggiunti.
Si produce in realtà un progressivo scadimento delle merci e ben presto anche dellassortimento, non alterando di fatto il rapporto tra qualità e prezzo, come mostrano anche le tecniche scientifiche di esposizione dei prodotti, finalizzate a creare un impulso di acquisti non necessari. Sappiamo bene, infatti, che i centri commerciali e gli ipermercati creano un vero e proprio deserto commerciale nei loro dintorni, tale da permettergli, in una posizione di monopolio, di imporre i loro assortimenti di vendita.
I supermercati e i centri commerciali si pongono come isole, asettiche ed uguali nei quartieri, alle quali si accede esclusivamente con lauto, per spese settimanali che hanno come uniche dimensioni la grandezza del carrello della spesa, lampiezza del baule della vettura e la disponibilità della carta di credito. E così in tutto il mondo, merci uguali sono collocate sugli scaffali degli ipermercati con schemi uguali (allinizio, a carrello vuoto le merci ingombranti e a costo elevato, solo alluscita i prodotti di uso frequente), indipendentemente dalla latitudine e dallintento più o meno sociale della catena distributrice. Non sempre uguale è invece il danno ambientale relativo che i centri commerciali producono: è infatti evidente a tutti che a parità di inquinamento prodotto ipermercati situati in zone a bassa intensità demografica (come in Nordamerica o in Francia) hanno un impatto meno distruttivo sullambiente circostante di quelli collocati in zone fortemente urbanizzate. Nella fattispecie a Firenze i dati del rapporto annuale sulla qualità dellaria diffusa dalla Regione Toscana dimostrano chiaramente che le percentuali di monossido di carbonio, biossido di azoto, ozono e idrocarburi, originati quasi esclusivamente dal traffico siano molto al disopra della soglia di tollerabilità; invece di affrontare questi problemi ci viene proposta la creazione di centri che richiamano ancora più automobili, anche da zone esterne alla città (è notorio che lunità di misura della redditività di un centro Commerciale si misura dalla quantità di macchine, espressa in migliaia, attirate a riempire i suoi parcheggi). E non è da sottovalutare laltro aspetto dellinquinamento, quello acustico: basta pensare agli autoarticolati che scaricano merci tutta la notte per alimentare mostri di quelle dimensioni. Un altro aspetto che come commercianti ci sentiamo di smitizzare è quello che i proprietari della grande distribuzione propagandano quotidianamente su giornali e televisioni: quello della creazione di nuovi posti di lavoro.
Ciò che non viene detto è che la maggior parte della nuova occupazione proviene da altri supermercati meno redditizi, mentre si perdono tanti posti di lavoro in piccole imprese, spesso familiari. Per non parlare del patrimonio di esperienze che buona parte di noi ha maturato nel tentativo di migliorare la qualità del servizio e che andrebbe perduto in favore di una tipologia di vendita e di rapporto con le persone necessariamente asettico e impersonale per la natura del centro commerciale in se.
Ciò che non viene detto è come diventano i quartieri delle periferie senza i piccoli negozi di zona che sono una parte così importante della socialità ramificata e diffusa.
Appare evidente che il centro commerciale ha una sua logica allinterno di questa società del consumo, ma vorremmo che fosse loccasione di riflettere se questo sviluppo é ancora sostenibile; ad esempio la dilatazione smisurata dei tempi di apertura dei centri commerciali é solo una falsa risposta ai problemi della qualità della vita. Una migliore soluzione é la possibilità per tutti di riappropriarsi del proprio tempo libero.
Ma certamente il momento più grave del sorgere dei centri commerciali è il tentativo di spacciare questa proposta (che alcuni definiscono nuova trascurando di dire che ormai è in via di rallentamento in tutta Europa), come spazio privilegiato di aggregazione sociale. Come se solo attraverso lo scambio delle merci si potesse ricostruire il vivere comune.
E qui appare in tutta la sua forza la più impressionante e invadente conseguenza della cultura dei centri commerciali: la bunkerizzazione del commercio.
Osserviamo il tentativo di concentrare in uno spazio chiuso quella che era la passeggiata in luogo aperto, pubblico, non controllata. Ecco invece che ora si accede a luoghi di fatto privati, chiusi in pareti di vetrine, in corridoi per la maggior parte limitati da cancelli, sotto il controllo di televisioni a circuito chiuso, benevolmente guardati da polizia stipendiata dal centro stesso.
Si accentua sempre di più la assimilazione tra cittadino e acquirente, dove solo la sua capacità di spendere determina la sua condizione di avente diritto.
Solo due parole ora a chiusura per quanto riguarda la legge Bersani.
Vogliamo dire la nostra amarezza per il fatto che una legge di questa portata (che di fatto riguarda una delle azioni più comuni che facciamo ogni giorno) sia passata come una legge delega di una legge finanziaria. Crediamo, infatti, che il luogo appropriato per discussioni di questa importanza sia laula del Parlamento.
Molti risultano i punti discutibili:
la liberalizzazione di licenze per superfici troppo grandi;
il fatto che solo alcune attività godano di condizioni di tutela;
il problema degli ipermercati che è stato per così dire tamponato, ma non risolto. Anzi con lo smisurato aumento degli orari di apertura, con la posizione dellantitrust che accetta le vendite sotto costo, si finirà per favorirli.
Altra cosa che non ci trova completamente daccordo è la liberalizzazione delle tabelle merceologiche che combinata alla libertà delle licenze creeranno più problemi per i clienti, oltre al favorire di estesi franchising.
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